martedì 13 agosto 2013

MAMMA HO...paura DELL'AEREO!



La paura di volare fa riferimento all’aerofobia, ossia uno stato d’ansia a livelli significativi quando si vola o al solo pensiero del volo.
Al giorno d’oggi l’aereo è molto diffuso come mezzo di trasporto, tuttavia il 50% delle persone soffre di aerofobia, soprattutto le donne.
In particolare si possono distinguere 3 sottogruppi di persone con queste difficoltà:

  • Le persone che non prendono categoricamente mai l’aereo. Solo pensando al volo avvertono sensazioni negative
  • Le persone che volano solo se strettamente necessario. Vivono malissimo questi viaggi e spesso ricorrono ad ansiolitici
  • Le persone che volano vivendo situazioni di ansia e angoscia sopportabili. Sono sempre pronte a scattare al minimo movimento dell’aereo e quindi vivono tutto il viaggio in continua allerta, ma il livello d’ansia non raggiunge picchi elevatissimi.

Ma…è l’aereo il vero problema?

Come ogni fobia che si rispetti, la paura di volare non riguarda strettamente l’aereo, ma riguarda ansia e angosce che fanno riferimento ad altri ambiti della vita. Spesso, soprattutto in momenti di transizione importanti (la nascita di un figlio, la fine delle scuole superiori, un lutto significativo, un avanzamento di carriera), gli equilibri che fino a quel momento avevano funzionato egregiamente, improvvisamente non sono più validi e ci si trova a doverne cercare di nuovi che possano gestire le situazioni meglio dei precedenti. Trovare nuovi equilibri genera parecchia angoscia. Non sappiamo se ce la faremo, non siamo certi che saremo all’altezza delle nuove sfide e, in linea di massima, lasciare il vecchio per il nuovo, sviluppa sempre una certa dose di ansia. Tutte queste angosce volteggiano minacciose sulla nostra testa fino a trovare un gancio su cui appendersi. E l’aereo è proprio il gancio ideale perché contiene in sé alcune caratteristiche che, oggettivamente, possono dare fastidio: è chiuso, sospeso a diecimila metri di altezza, non si controlla nulla e richiede all’individuo di affidarsi completamente. Da quel momento in poi, siamo più sereni per la nostra vita ma iniziamo ad aver paura dell’aereo. E la vita improvvisamente cambia…in peggio.
Chi ha para di volare, pensa che l’aereo sia il problema, non riconoscendo il suo reale disagio. L’aereo è un ottimo spostamento dell’attenzione fuori da se stessi e si arriva a controllare ogni minimo rumore de mezzo, la cronaca degli incidenti aerei, il meteo…come se fossero dei reali premonitori. 

Quali sono le possibili cause?

  • Esperienze traumatiche di anche un solo volo portano a una generalizzazione sul concetto di volare che porta alla attivazione di ansia.
  • Condizionamento attraverso l’esperienza degli altri: se una persona significativa è rimasta traumatizzata da un viaggio in aereo è possibile che questa esperienza indiretta possa innescare la fobia
  • Modellamento: la fobia dell’aereo può essere appresa attraverso l’imitazione dei comportamenti o credenze di altri significativi.
  • Altri eventi stressanti che poco riguardano l’aereo!

Cosa fare per riuscire a viaggiare e…ad andare in vacanza?

Buona norma è quella di evitare bevande eccitanti, come il caffè, prima di affrontare situazioni di stress e ansia. Cercare di riposarsi a dovere prima di partire per evitare che la stanchezza amplifichi il malessere. Altrettanto scontato, ma di estrema importanza, è non alimentare le paure e fantasie nei modi più vari: evitare di guardare il meteo prima di partire in cerca di turbolenze e resistere alla tentazione di una ricerca in rete dei disastri aerei più recenti, magari leggendo mille dettagli sulle tragedie in questione.
Puo' essere utile anche portare un libro da leggere, della musica rilassante da ascoltare in modo da poter distogliere l'attenzione e diminuire l'ansia. 
Inoltre, ci sono svariate tecniche, come il Training autogeno, che possono aiutare a controllare la paura o quantomeno a evitare condizioni di panico. Si tratta di tecniche basate sulla respirazione diaframmatica e sono tecniche utili da usare anche tutti i giorni.
Sicuramente non sempre tali accorgimenti aiutano ad affrontare viaggi lunghi o continui. A volte è necessario cercare di vederci più chiaro attraverso un percorso terapeutico.
Riuscire a viaggiare serenamente permette all’uomo di migliorare le sue qualità di vita e di non perdere delle opportunità importanti e piacevoli!

Dott.ssa Laura Prada

martedì 6 agosto 2013

PERCHE' IN VACANZA STIAMO BENE?



Tutti abbiamo bisogno di andare in vacanza, perché durante l’inverno accumuliamo stress.
Lo stress si può manifestare in modo differente sia a livello mentale che fisico. Si esprime spesso con sensazione di stanchezza generale, crisi di pianto, ansia, disturbi del sonno, dolori muscolari, crampi allo stomaco, problemi alla tiroide, sensazioni di noia, irritabilità, abbassamento delle difese immunitarie, cefalee…
Le vacanze possono essere una occasione per diminuire lo stress accumulato interrompendo il flusso delle consuete attività e  dedicando maggior tempo alla cura di se stessi.
Ma cosa vuol dire andare in vacanza?
Andare in vacanza non significa solo partire, andare lontano da casa, viaggiare. Molto importante è l’aspetto mentale dell’andare in vacanza.
C’è chi sottolinea che il senso della vacanza, anche quando viene trascorsa a casa, sta nel spostare la nostra attenzione su quanto sta accadendo nel qui e nell’ora evitando quello che è chiamato comunemente multitasking! Andare in vacanza significa essere completamente dentro a quello che facciamo, senza controllare insistentemente se ci è arrivato un sms, una mail, se una questione di lavoro è stata risolta o anche senza essere ossessionati da cosa vedere o fare in una città che stiamo visitando.
Come si può vivere il più serenamente possibile una vacanza? Ecco alcuni consigli:

·         SCEGLIERE LA META GIUSTA PER SE’: il tempo di vacanza non è tempo di compromessi. È importante scegliere il tipo di vacanza che piace a noi, che sappiamo ci farà stare bene senza cedere troppo alle esigenze altrui!
·         ATTIVITA’ FISICA: tutte le attività ad aria aperta sono ottime fonti di ricarica, anche una semplice passeggiata! Gli scienziati affermano che già dopo dieci minuti di attività fisica l’ organismo produce endorfine, che sono dei tranquillanti naturali responsabili del benessere psicofisico.
·         ALIMENTAZIONE: è importante che la dieta sia composta da cibi che assicurano un buon livello di serotonina che è il neurotrasmettitore responsabile dell’umore e cercando di evitare le sostanze stimolanti. Alimenti che agiscono sulla serotonina perché ricchi di triptofano sono tutti i cereali e derivati, le verdure, la frutta secca, le banane, la carne e il pesce, il latte ei formaggi e le uova.
·         SOCIALITA’: è importante in vacanza circondarsi solo da persone di fiducia che ci fanno stare bene. Fondamentale è allontanarsi da chi produce in noi tensione.  
·         POCHI IMPEGNI PER LA VACANZA: evitare di portarsi il lavoro, spegnere il cellulare il più possibile, evitare attività eccessive. È importante rompere la quotidianità.
·         FARE VACANZE BREVI E PIU’ SPESSO: permettono di staccare senza rompere troppo gli equilibri della quotidianità!
E ora…buona vacanza a tutti!
Dott.ssa Laura Prada

sabato 6 luglio 2013

LUGLIO...TEMPO DI VIAGGI...




"L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi."
-Proust-

Auguro a tutti, sia chi parte sia chi resta, un sereno e caldo luglio!
Il Blog ripartirà ad Agosto!

venerdì 14 giugno 2013

LA NOTTE NON RIESCO A DORMIRE E...MANGIO!



Alcune persone la notte non riescono a prendere sonno, si svegliano, si alzano e…aprono il frigorifero cercando qualcosa da mangiare! 

Di che si tratta?
Albert Stunkard, nel 1955, ha parlato per la prima volta di NES, Sindrome dell’Alimentazione Notturna. 

Che cos’è la NES?
E’ una combinazione tra disturbo dell’alimentazione, disturbo del sonno e disturbo dell’umore.
Si può sospettare la NES quando sono presenti i seguenti aspetti:

  •  Mancanza di appetito la mattina
  • Alimentazione eccessiva la sera
  • Difficoltà ad addormentarsi e necessità di mangiare prima di addormentarsi
  • Risvegli notturni associati alla necessità di mangiare per riuscire a riaddormentarsi
  • Prevalenza di depressione e stress.

C’è quindi in prima linea un’alterazione del comportamento alimentare. 
Tipicamente le persone affette da NES si svegliano la mattina senza appetito e tendono a saltare la colazione e a volte anche il pranzo. Verso sera torna la fame e tendono così a mangiare in eccesso a cena o dopo. Il sonno non è continuativo e spesso queste persone riferiscono che riescono a riaddormentarsi solo se prima mangiano qualcosa, come se il cibo avesse un affetto calmante e rilassante. Chi soffre solo di disturbi del sonno non sente quasi mai la necessità di mangiare. Si è riscontrato che le persone affette da NES soffrono di diversi problemi emotivi. Nel 45% è presente uno stato depressivo, accompagnato da sensi di colpa per quanto mangiato precedentemente. Spesso vi sono sentimenti di vergogna, scarsa capacità di autocontrollo e un profondo senso di inefficacia. Non ultimo vi è l’imbarazzo per il loro comportamento e l’aumento di peso.
La terapia principale per il NES sembra essere quella di tipo psicoterapeutico. Molto utili sembrano essere sia le terapie di gruppo si la terapia individuale. Accanto a questo tipo di terapia, è importante anche un controllo del peso attraverso qualificati dietologi. 

Dott.ssa Laura Prada

martedì 4 giugno 2013

TROPPO AMORE AI FIGLI...FA MALE!



Siamo inclini a pensare che ciò che danneggi le relazioni abbia a che vedere con la mancanza, la carenza…. Quando pensiamo ai sentimenti, all’affetto, ragioniamo in termini di quantità, imputando la sofferenza relazionale a qualcosa avvertito come “poco”, “non abbastanza”.
Nelle relazioni d’amore genitoriale – come anche in quelle di coppia – le difficoltà non si esauriscono nel rifiuto e nella freddezza. L’amore è una questione di qualità più che di intensità/frequenza e non ha mai la sostanza del possesso.
In particolare, mi riferisco ad uno stile di accudimento genitoriale che predispone a rischio psicopatologico i figli proprio in nome del “troppo amore”.
Alcuni genitori (specialmente le madri, tra il 12 e il 25%) sono ipercoinvolti, mostrano eccessiva preoccupazione nelle relazione con i figli, quando sono piccoli ma anche in età adulta.Questa modalità è stata chiamata anche Helicopter Parental Style per sottolineare il movimento di ricognizione – proprio come gli elicotteri – effettuato sopra le teste dei figli per evitare loro “catastrofi”, proteggerli da minacce esterne.
Nell’immediato, il danno è nel non riconoscere un figlio come entità distinta con bisogni di crescita peculiari per ogni età. La crescita è fatta di progressive conquiste di autonomia che un figlio può attuare solo se è nella condizione, prima, di esplorare e prendersi il rischio della scoperta, dopo di assumersi la responsabilità delle scelte e delle proprie esperienze.
A lungo termine, secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of Child and Family Studies, questo stile di accudimento predisporrebbe al rischio in età adulta di depressione, ansia, scarsa percezione di autoefficacia e scarsa “fiducia” nei propri pensieri, desideri, emozioni.
L’iperprotettività, il controllo, l’induzione del senso di colpa, nel caso i figli vogliano allontanarsi, sono strategie per mantenerli invischiati nella famiglia d’origine.
Ci si dovrebbe chiedere, per ciascuna famiglia, qual è l’ “utilità psicologica” del trattenere i figli a sé.



FONTE: Mariateresa Papaccio,http://www.ladyo.it/2013/il-troppo-storpia-anche-in-famiglia