sabato 11 maggio 2013

GUIDARE MI FA PAURA..



Oggi l’auto è simbolo di indipendenza, in quanto consente gli spostamenti con comodità ed autonomia. Guidare, però, per quanto si tratti di un’attività presente nella vita quotidiana, rappresenta, per alcune persone, fonte di ansia, agitazione e paura. La fobia di guidare prende il nome di Amaxofobia, il termine indica l’avversione per uno specifico oggetto “amax” che significa carro (automobile).
Secondo il DSM-IV-R l’amaxofobia rientra nella categoria delle Fobie Specifiche; si tratta di una marcata e persistente paura dovuta all’esposizione allo stimolo fobico. Tale paura è eccessiva e irragionevole, essa è provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifica. Nel momento in cui la persona si trova a contatto con lo stimolo fobico entra subito in un forte ed incontrollabile stato di ansia fino a sfociare in un attacco di panico. L’amaxofobia, è una forma di fobia specifica stimolo correlata di tipo situazionale che determina stati ansiosi e di panico per la paura marcata e persistente di guidare un autoveicolo. Per i soggetti, affetti da tale disturbo, mettersi alla guida provoca invariabilmente un’immediata risposta ansiosa, per cui tendono ad avvertire un gran disagio quando devono guidare, quindi tendono ad effettuare spostamenti molto ridotti, a richiedere la presenza di una persona accanto durante le uscite in macchina o, in molti casi, a decidere di non mettersi più al volante. L’attacco di panico emerge soprattutto in circostanze in cui risulta complicato dover fermare l’automobile, ad esempio in galleria o in autostrada. L’ansia si manifesta anche nelle ore precedenti e persino di fronte alla sola idea di dover guidare (ansia anticipatoria). Il timore è quello di perdere il controllo del veicolo e provocare incidenti con altre vetture, oppure investire i pedoni. All’ansia si riscontrano anche: sbalzi d’umore, rabbia, nervosismo, panico, tachicardia, spossatezza, sudorazione diffusa, tremori e difficoltà respiratorie. Questi sintomi causano un limite per la persona con amaxofobia che inizialmente tende a evitare qualsiasi situazione che possa stimolare la reazione ansiogena finché diviene costretta a cambiare le proprie abitudini, poiché condizionata dalla paura. L’evitamento non rappresenta una soluzione ma un meccanismo dettato dal bisogno di evitare la reazione ansiosa.
L’eziopatogenesi di tale disturbo è rintracciabile nelle vittime di incidenti stradali, nei parenti di automobilisti deceduti a seguito di incidenti mortali, in persone cronicamente influenzate da racconti o esperienze di terzi e persone giovani o anziane con diffusi stati d’ansia generalizzati. Circa il 6% della popolazione soffre di questa fobia in maniera compromettente per la vita sociale, mentre circa il 27% convive con essa senza avere significativi problemi e conducendo per il resto una vita abbastanza normale. L’amaxofobia, pur colpendo soggetti di entrambi i sessi, interessa più spesso le donne (il 64% dei casi) rispetto agli uomini (il restante 36% dei casi). Quindi la paura di guidare si presenta come conseguenza ad un trauma:
• incidente vissuto in prima persona
• incidente del quale si è stato testimone
• forte stress psicologico vissuto in connessione alla guida.
Secondo la ricerca condotta dal dottor Antonio García Infanzó alcune situazioni particolarmente ansiogene sono:
• guidare in galleria o al buio
• guidare in autostrade e grandi strade a scorrimento veloce
• guidare nel traffico.
E’ possibile superare l’amaxofobia attraverso l’aiuto di un professionista. Non bisogna sottovalutare il problema ma occorre prendersi cura si sé a partire dai primi segnali di agitazione, bisogna accogliere il senso di agitazione e chiedersi cosa ci sta segnalando. Solo in questo modo è possibile prevenire lo sviluppo di una fobia. Lo psicoterapeuta insegna la persona a tenere sotto controllo la propria ansia attraverso la presentazione degli stimoli paurosi in condizioni controllate. In questo modo, il paziente viene esposto alle situazioni temute con la possibilità di apprendere delle tecniche di autocontrollo emotivo capaci di ridurre l’ansia e la paura di guidare. Il processo: le paure associate all’oggetto (l’auto) o ad un’azione (guidare) sono connesse ad un investimento fobico su quell’oggetto o su quell’azione: l’ansia si impossessa di una cosa della realtà e si identifica con essa. In altre parole non è l’oggetto (l’auto) in se a far paura, ma è attraverso di esso che si da forma alle proprie angosce. Si consiglia, per vincere la paura, a guidare più volte alla settimana; meglio farlo da soli, iniziando in strade e in orari che consentano di incontrare poco traffico, per passare gradualmente agli orari di punta e alle strade più trafficate. È importante prendere l’auto con regolarità e non far trascorrere mai molto tempo tra una guida e l’altra. Inoltre, bisogna aumentare progressivamente il numero di chilometri percorsi e il tempo passato al volante.


FONTE: Simona Esposito http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/disturbi-e-patologie/paura-di-guidare-amaxofobia/2723/#more-2723
 

domenica 5 maggio 2013

MAMMA E PAPA' SI SEPARANO...IMPORTANTE SPIEGARLO AI FIGLI



I figli hanno bisogno di ricevere informazioni corrette e accurate per poter capire la situazione in cui sono venuti a trovarsi.
Dare questo tipo di informazioni al figlio rappresenta un compito particolarmente impegnativo per i genitori, che spesso tendono a non affrontarlo nella convinzione che “i bambini sono troppo piccoli e fragili per sopportare il peso di tali problemi” o che “ le questioni tra mamma e papà riguardano solo loro” (Anna Oliverio Ferraris, 2000). 
Studi più recenti sottolineano come circa l’80% dei figli del divorzio non riceve una preparazione adeguata alla disgregazione familiare, né viene dettagliatamente informato su ciò che sta accadendo alla sua famiglia.  I figli, in altre parole, vengono lasciati spesso soli ad affrontare uno degli eventi più stressanti che possa colpire il nucleo familiare. Senza informazioni essi non possono comprendere e, con delle mezze verità dette loro in modo veloce, iniziano facilmente a costruirsi fantasie. È possibile che un bambino non informato arrivi a pensare che la  madre lo disprezzi, che il padre non sia orgoglioso di lui, o a sentirsi inferiore perché nessuno ha ritenuto che valesse la pena dirgli la verità su quanto stava accadendo.
Non esiste un modo giusto in assoluto per dare queste informazioni, molto dipende dai rapporti instaurati all’interno del nucleo familiare prima della separazione.
Non bisogna inoltre dimenticare che nei bambini è sempre viva la paura di essere abbandonati e il divorzio rende reale questa paura.
Il timore dell’abbandono diventa particolarmente intenso se nella coppia vi è una forte conflittualità e i genitori non comunicano ai figli la loro decisione, non li rassicurano sul fatto che continueranno a vederli, non mostrano di avere il controllo della situazione. Si tratta di un timore che può ingigantirsi o affievolirsi a seconda di come i coniugi in via di separazione si comportano e comunicano con i figli, una paura che può facilmente aumentare quando i genitori passano il tempo a litigare fino alla disperazione, senza informarli di ciò che sta accadendo intorno a loro.
I figli hanno bisogno di informazioni che permettano loro di capire come stanno le cose realmente. Perché per i bambini, grandi o piccoli che siano, non essere adeguatamente seguiti e preparati agli eventi che precedono e seguono la separazione dei propri genitori, può rappresentare un rischio per la loro crescita e il loro sano e armonioso sviluppo psicologico e affettivo (Anna Oliverio Ferraris, 2001).

venerdì 3 maggio 2013

GENITORI SEPARATI CHE LITIGANO ANCORA...QUALI RISCHI PER I FIGLI?



Quando il conflitto genitoriale tende a continuare nel tempo è possibile che il bambino ne rimanga “invischiato”,  che venga coinvolto e  utilizzato da un genitore come strumento per la lotta contro il partner. 
Ci possono essere vari scenari che rappresentano diversi modi in cui il figlio viene coinvolto:

1) strumentalizzazione del figlio: il figlio viene visto come mezzo da usare nella lotta contro l’altro genitore;

2) svalutazione dell’ex coniuge davanti al figlio: con la svalutazione del partner il bambino non viene legittimato ad avere un buon rapporto con l’altro genitore e quindi a potersi liberamente muovere dal mondo del papà al mondo della mamma e viceversa;

3) utilizzo compensativo del figlio: si tratta di genitori che non riescono ad accettare la separazione perché rappresenta una ferita troppo profonda per la loro autostima. In questo caso il figlio diventa la loro unica ragione di vita col risultato di affidare un compito troppo gravoso al  bambino, soprattutto perché in questo modo viene ostacolato il suo processo di separazione-individuazione;

4) rifiuto di un genitore da parte del figlio: solitamente il genitore rifiutato è quello non affidatario. Sembra che questo rifiuto sia dovuto al fatto che il conflitto tra i genitori è continuato fino al punto di “tagliare a metà il bambino”. Si tratta spesso di un conflitto che non è stato adeguatamente gestito e il bambino, per la sua sopravvivenza, ha dovuto fare una scelta di campo, compiendo solitamente la scelta di schierarsi con il genitore convivente che sembra garantirgli meglio, dal lato pratico, la soddisfazione ai suoi bisogni;

5) introduzione di un nuovo partner: se non c’è stata una sufficiente elaborazione della separazione, quando uno dei due genitori trova un partner e lo espone alla relazione col figlio , nell’altro emerge il timore di essere sostituito nella funzione genitoriale. A questa situazione può seguire l’abbandono di campo da parte del genitore oppure la ripresa della conflittualità giuridica, entrambi conseguenze molto negative per il figlio. 

Nonostante la diversità degli scenari in cui il bambino può rimanere intrappolato, ognuno di questi risulta essere comunque dannoso per il bambino (Camisasca, 2004). A volte può essere utile farsi aiutare con l'obiettivo di comprendere a pieno quelli che sono i bisogni di du coniugi delusi senza però tralasciare le esigenze e i bisogni di un figlio che di certo non ha scelto, ma sta subendo, una situazione definita dagli adulti. 

Dott.ssa Laura Prada

martedì 16 aprile 2013

E TU...CHE GENITORE SEI?



Lo stile educativo che i genitori adottano nei confronti dei figli influisce fortemente sul loro sviluppo sociale, emotivo e intellettivo. Molto poi contano anche le caratteristiche comportamentali della prole. Anche i figli hanno le loro reazioni, i loro temperamenti, i loro atteggiamenti che portano il figlio a sottrarsi ai genitori o spingono questi ultimi a modificare il loro stile educativo.

Quali sono i principali stili educativi?

STILE AUTORITARIO: si tratta di genitori severi che stabiliscono regole senza dare troppe spiegazioni e quasi mai tengono presente le opinioni dei figli. Nella gestione della loro genitorialità sono molto  numerosi i “no” che vengono dispensati  e spesso le punizioni sono severe. Parecchie volte questi genitori usano castighi, intimidazioni come strumenti di controllo e la disobbedienza viene vista come una minaccia all’autorità. Sono genitori che si aspettano che i figli obbediscano senza discutere minimamente con loro. I figli crescono così in un clima abbastanza freddo e possono sviluppare due modalità comportamentali: ribellione oppure adeguamento diligente alle aspettative di mamma e papà. 

STILE PERMISSIVO: si tratta di genitori che non danno particolare importanza alle regole, cedono facilmente alle richieste dei figli mancando spesso nella loro posizione di guida. Quando cercano di farlo appaiono troppo deboli per farsi ascoltare. I figli quindi crescono senza un orientamento o una guida forte e ciò li spinge a realizzare all’esterno quel bisogno di coerenza che in famiglia non trovano. Il rischio maggiore dello stile permissivo è quello di sfociare nella trascuratezza.

STILE IPERPROTETTIVO: si tratta di genitori coerenti, affettivamente vicini ai loro figli, però particolarmente ansiosi che possono col tempo trasmettere insicurezza. Questi genitori sono consapevoli dell’importanza dell’educazione e sono capaci di stabilire dei legami forti , ma allo stesso tempo sono preoccupati che potrebbe accadere qualcosa di brutto ai loro figli in loro assenza. I figli, in questo modo,  non imparano a orientarsi da soli, a organizzarsi, a crescere sicuri e fiduciosi perché non è mai stata concessa loro quell’autonomia necessaria per imparare a fare da soli. Anche qui i ragazzi possono prendere due strade differenti: ribellarsi oppure adeguarsi formando con il genitore un rapporto simbiotico caricandosi delle loro ansie e delle loro aspettative. Nel tempo questa iperprotezione può creare quello che la Olievirio Ferraris chiama “dittatore domestico”, cioè figli che abitutati a essere seguiti, serviti e riveriti pretendono che il genitore soddisfi ogni loro capriccio. 

STILE AUTOREVOLE: si tratta di genitori che richiedono rispetto e stabiliscono regole adatte all’età, alle caratteristiche dei figli e quindi rispettabili. Questi genitori non sono invadenti e hanno bene in mente i bisogni e i desideri dei loro figli che si educano all’autonomia e all’imparare dai propri errori. I bambini di genitori autorevoli risultano in media i più capaci: hanno più fiducia in se stessi, sono socialmente responsabili, contenti, capaci di auto controllarsi, capaci di stare in mezzo agli altri e cooperare.
Per concludere è utile dire che, come sempre quando si cerca di categorizzare, vengono estremizzate le caratteristiche. Alcuni genitori, quindi, potrebbero ritrovarsi in più categorie perché la realtà non è solo fatta di bianchi e di neri…ma c’è tanto colore in mezzo. 
E tu…che genitori ti senti di essere?
Quali sono le maggiori difficoltà che incontri quotidianamente in questa difficile missione genitoriale?


BIBLIOGRAFIA:
·          Baumrind D. “Current pattern of parental authority”
·          Montessori M. “La scoperta del bambino”
·          Oliverio Ferraris A. “La forza d’animo”
·          Oliverio Ferraris A.; Togni M. “Genitori e figli: una questione di stile”