Un telefono cellulare è per sempre. La prova del nove? Anche l'ozio
in spiaggia può diventare una prolungamento dell'ufficio o della vita
sociale, con eccessi preoccupanti che possono trasformarsi in malattia. Nomofobia:
il nome già c'è, anche se non bisogna farsi tradire dagli studi
classici. La nomofobia non è la “paura delle regole”, ma una parola
“portmanteau” che contiene il gioco di parole aglosassone “no-mobile”
più il termine greco fobia. In altre parole, una paura di nuova generazione: quella di non avere il cellulare a portata di mano, di non poter chiamare e ricevere telefonate, di non essere liberi di wazzappare
o compulsare nervosamente il video dello smartphone alla ricerca degli
ultimi aggiornamenti dagli amici o dal mondo dei social network. Una
condizione che due studiosi italiani, Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente dell'Università di Genova,
descrivono come caratterizzata da “ansia, disagio, nervosismo e
angoscia causati da essere fuori dal contatto con un un telefono
cellulare o un computer”.
Emozioni negative sproporzionate rispetto alla reale situazione di
pericolo personale, ma che per questo diventano patologiche al punto che
Bragazzi e Del Puente hanno pubblicato un documento sulla
rivista Psychology Research and Behavior nel quale, in vista delle
integrazioni al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali
(DSM-V) - la “bibbia” a cui si attengono psichiatri e psicologi
di tutto il mondo per diagnosticare e trattare le patologie del
comportamento – raccomandano l'introduzione della “nomophobia” nel novero delle nuove paure.
Nel paper, Bragazzi e Del Puente descrivono questa fobia a due facce:
da una parte può essere utilizzata come “un guscio protettivo o uno
scudo” in modo impulsivo, dall'altro “come mezzo per evitare la
comunicazione sociale”. Si tratta di un paradosso che interessa le nuove
tecnologie della comunicazione già noto alla psichiatria. Ma come si riconosce un malato di nomofobia? Ecco alcuni comportamenti sono a rischio:
- Usare regolarmente il telefono cellulare e trascorrere molto tempo
su di esso, avere uno o più dispositivi, portare sempre un
caricabatterie con se stessi;
- Sentirsi ansioso e nervoso al pensiero di perdere il proprio
portatile o quando il telefono cellulare non è disponibile nelle
vicinanze o non viene trovato o non può essere utilizzato a causa della
mancanza di campo, perché la batteria è esaurita e/o c'è mancanza di
credito, o quando si cerca di evitare per quanto possibile, i luoghi e
le situazioni in cui è vietato l'uso del dispositivo (come il trasporto
pubblico, ristoranti, teatri e aeroporti).
- Guardare lo schermo del telefono per vedere se sono stati riceuti
messaggi o chiamate. Si tratta di un disturbo che è stato definito
"ringxiety", mettendo insieme la parola “squillo” in inglese e la parola
ansia.
- Mantenere il telefono cellulare acceso sempre (24 ore al giorno); dormire con cellulare o tablet a letto.
I ricercatori, che raccomandano di evitare di considerare tutti i
comportamenti patologici (pochi si salverebbero dalla diagnosi), citano
uno studio relativo a un uomo brasiliano che per 15 anni ha tenuto il
suo cellulare sempre con lui schiacciato dal terrore di non essere in
grado di chiamare i servizi di emergenza o le persone care nel caso si
fosse sentito male. "È innegabile - commentano i ricercatori - che la
tecnologia attraverso i social media, I social network, l'informatica
sociale e i "social software" ci permette di svolgere il nostro lavoro
più velocemente e con efficienza, ed è anche vero che interventi grazie
al telefono sono un aiuto medico utile. D'altra parte, i dispositivi
mobili possono avere un impatto pericoloso per la salute umana".
FONTE:http://salute24.ilsole24ore.com/articles/16942-nomofobia-la-paura-e-sentirsi-disconnessi?refresh_ce
venerdì 17 ottobre 2014
giovedì 10 aprile 2014
QUANDO UN ADOLESCENTE SI RIBELLA!
Se tuo figlio adolescente si ribella niente paura: vuol dire che riconosce la tua importanza e si deve opporre a te per crescere
Mio figlio si ribella e mi risponde male: cosa devo fare?
A volte i genitori si domandano: «Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? Eppure ce l'abbiamo messa tutta per non fargli mancare nulla». Dubbi legittimi ma su una cosa possiamo essere sicuri: gli atteggiamenti ribelli e aggressivi non dipendono da noi, anche se in noi trovano un facile bersaglio. La ribellione è infatti una spinta vitale del tutto naturale: perché un ragazzo possa diventare uomo deve affrancarsi da mamma e papà. Ma per farlo ha bisogno di smitizzare, in modo anche ruvido, le figure genitoriali, mettendo in discussione i loro valori di riferimento, il loro modo di pensare, per poi magari recuperarli in seguito. E tanto più mamma e papà sono stati adorati dal bambino quando era piccolo, tanto più forte sarà ora lo strappo da loro.
Tuo figlio reclama più libertà?
«Tredici anni è un'età difficile», spiega Marilena Zanardi, psicologa. «Da una parte i primi segnali fisici dell'imminente maturazione sessuale producono nei ragazzi la convinzione di essere "troppo grandi" per sottostare ancora a vecchie regole. Dall'altra i genitori continuano a vedere "il piccolo" di casa. Presto o tardi il figlio si ribellerà, mettendo in atto tattiche di "guerriglia familiare" per obbligare i genitori a riconoscere la sua nuova realtà. Allora è inutile arroccarsi in un autoritarismo sterile, che rischia solo di inasprire lo scontro: l'umiliazione di essere "ricacciato nell'infanzia" scaverebbe un solco difficile da ricomporre fra i genitori e il ragazzo. Ma anche un eccesso di indulgenza produce danni: cedere o far finta di nulla è altrettanto umiliante perché equivale a ignorarlo. La soluzione è entrare nel suo gioco dandogli progressivamente autonomia e pretendendo al contempo che ne assuma fino in fondo le conseguenze».
Cosa fare se tuo figlio non sente ragioni? Ecco le mosse vincenti
"Se non mi lasci uscire, scappo di casa". Rispetto degli orari, voglia di indipendenza, libertà nella scelta di un proprio stile di vita: è questo il principale terreno di scontro fra genitori e figli. Ma che fare quando lui mostra una ribellione ostinata?
Rispettarlo
Il rapporto fra genitori e figli dovrebbe basarsi sul rispetto reciproco. Ai figli, fin dalla più tenera età, va riconosciuta una propria personalità, un proprio modo di essere e di stare al mondo, che può essere anche molto diverso dal nostro. Se dimostreremo di accettarlo così com'è, anche nei modi che non ci piacciono, lui ci rispetterà di più. Il diario, i cassetti, gli sms di nostro figlio, insomma tutto ciò che custodisce la sua vita intima, va trattato con discrezione, mantenendo un atteggiamento aperto e il più possibile fiducioso.
Negoziare
Un atteggiamento autoritario non paga: dicendo solo NO rischiamo di allontanarlo ancora di più, alimentando la ribellione occulta (un male ancora peggiore). Anche troppo permissivismo può fare danni: acconsentendo lo priviamo di una guida sicura e lo lasciamo in balìa di se stesso e di cattive influenze. Non resta che tentare la via del compromesso, valida per entrambi. Per esempio: "Accetto che torni a mezzanotte a patto che tu mi telefoni per dirmi dove sei". Oppure, se vuole il piercing: "Sull'orecchio va bene, ma sulle labbra, sul naso o sulla lingua no".
L'insulto non è ammesso
Urla, volano parole grosse e nostro figlio ci manca di rispetto. Offendersi non serve. Piuttosto riprendiamolo con fermezza e se insiste, si può ricorrere a una punizione. L'insulto va comunque considerato inaccettabile e contrastato in modo assoluto, anche se mai violento.
Polemizza su tutto: tieni ferme le regole
A nostro foglio non va bene nulla, è un continuo criticare. Non ribattiamo parola per parola, piuttosto agiamo. Contesta l'orario del rientro? Spieghiamogli le ragioni, senza cambiare idea. Se non rispetta le regole, non stanchiamoci di ribadirle. Prima o poi la semina darà i suoi frutti.
FONTE. http://www.riza.it/figli-felici/adolescenti/2599/mio-figlio-mi-tratta-male.html
A volte i genitori si domandano: «Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? Eppure ce l'abbiamo messa tutta per non fargli mancare nulla». Dubbi legittimi ma su una cosa possiamo essere sicuri: gli atteggiamenti ribelli e aggressivi non dipendono da noi, anche se in noi trovano un facile bersaglio. La ribellione è infatti una spinta vitale del tutto naturale: perché un ragazzo possa diventare uomo deve affrancarsi da mamma e papà. Ma per farlo ha bisogno di smitizzare, in modo anche ruvido, le figure genitoriali, mettendo in discussione i loro valori di riferimento, il loro modo di pensare, per poi magari recuperarli in seguito. E tanto più mamma e papà sono stati adorati dal bambino quando era piccolo, tanto più forte sarà ora lo strappo da loro.
Tuo figlio reclama più libertà?
«Tredici anni è un'età difficile», spiega Marilena Zanardi, psicologa. «Da una parte i primi segnali fisici dell'imminente maturazione sessuale producono nei ragazzi la convinzione di essere "troppo grandi" per sottostare ancora a vecchie regole. Dall'altra i genitori continuano a vedere "il piccolo" di casa. Presto o tardi il figlio si ribellerà, mettendo in atto tattiche di "guerriglia familiare" per obbligare i genitori a riconoscere la sua nuova realtà. Allora è inutile arroccarsi in un autoritarismo sterile, che rischia solo di inasprire lo scontro: l'umiliazione di essere "ricacciato nell'infanzia" scaverebbe un solco difficile da ricomporre fra i genitori e il ragazzo. Ma anche un eccesso di indulgenza produce danni: cedere o far finta di nulla è altrettanto umiliante perché equivale a ignorarlo. La soluzione è entrare nel suo gioco dandogli progressivamente autonomia e pretendendo al contempo che ne assuma fino in fondo le conseguenze».
Cosa fare se tuo figlio non sente ragioni? Ecco le mosse vincenti
"Se non mi lasci uscire, scappo di casa". Rispetto degli orari, voglia di indipendenza, libertà nella scelta di un proprio stile di vita: è questo il principale terreno di scontro fra genitori e figli. Ma che fare quando lui mostra una ribellione ostinata?
Rispettarlo
Il rapporto fra genitori e figli dovrebbe basarsi sul rispetto reciproco. Ai figli, fin dalla più tenera età, va riconosciuta una propria personalità, un proprio modo di essere e di stare al mondo, che può essere anche molto diverso dal nostro. Se dimostreremo di accettarlo così com'è, anche nei modi che non ci piacciono, lui ci rispetterà di più. Il diario, i cassetti, gli sms di nostro figlio, insomma tutto ciò che custodisce la sua vita intima, va trattato con discrezione, mantenendo un atteggiamento aperto e il più possibile fiducioso.
Negoziare
Un atteggiamento autoritario non paga: dicendo solo NO rischiamo di allontanarlo ancora di più, alimentando la ribellione occulta (un male ancora peggiore). Anche troppo permissivismo può fare danni: acconsentendo lo priviamo di una guida sicura e lo lasciamo in balìa di se stesso e di cattive influenze. Non resta che tentare la via del compromesso, valida per entrambi. Per esempio: "Accetto che torni a mezzanotte a patto che tu mi telefoni per dirmi dove sei". Oppure, se vuole il piercing: "Sull'orecchio va bene, ma sulle labbra, sul naso o sulla lingua no".
L'insulto non è ammesso
Urla, volano parole grosse e nostro figlio ci manca di rispetto. Offendersi non serve. Piuttosto riprendiamolo con fermezza e se insiste, si può ricorrere a una punizione. L'insulto va comunque considerato inaccettabile e contrastato in modo assoluto, anche se mai violento.
Polemizza su tutto: tieni ferme le regole
A nostro foglio non va bene nulla, è un continuo criticare. Non ribattiamo parola per parola, piuttosto agiamo. Contesta l'orario del rientro? Spieghiamogli le ragioni, senza cambiare idea. Se non rispetta le regole, non stanchiamoci di ribadirle. Prima o poi la semina darà i suoi frutti.
FONTE. http://www.riza.it/figli-felici/adolescenti/2599/mio-figlio-mi-tratta-male.html
martedì 8 aprile 2014
CRISI DI COPPIA?
La crisi di coppia, spegnendo momentaneamente la passione, può preparare le condizioni giuste per un nuovo coinvolgimento.
La crisi di coppia: l'errore più comune
Quando siamo innamorati e l'anima si accende di passione, spesso commettiamo un tipico errore di valutazione: riteniamo che una crisi di coppia tra di noi sia impossibile, che la fiamma debba rimanere sempre accesa, forte e intensa.
Così, quando la persona che ci sta accanto dimostra improvvisamente una certa freddezza, noi ci ribelliamo tentando ostinatamente di ripristinare al più presto l'atmosfera precedente.
In realtà a volte questa "sopresa", appunto la crisi di coppia è l'indizio di una nostra precedente disattenzione, più che di un cambiamento improvviso del partner: ci sono stati segnali premonitori (frasi, comportamenti) che, semplicemente, non abbiamo colto. Il motivo? Abbiamo iniziato a dare per scontata la relazione, a vederla come un'abitudine. Risultato: abbiamo trascurato le richieste di attenzione del partner, innescando così anche un suo progressivo distacco e l'inizio della crisi di coppia.
Ma in moltissimi altri casi, è invece fisiologico che in una coppia si alternino momenti di grande vicinanza ad altri di maggiore distacco, che viviamo come crisi di coppia. Consideriamo che qualsiasi rapporto è ricco quanto più conosce la varietà, cioè se non vibra sempre sulle stesse note. In alcuni momenti prevale il calore e il coinvolgimento, in altri la freddezza e il distacco e, a volte, si può affacciare anche la crisi. La cosa peggiore sarebbe intervenire in questa preziosa alchimia cercando di imporre a tutti i costi ad un modello "di coppia sempre innamorata".
La crisi di coppia: l'atteggiamento giusto da adottare
Il primo passo da fare in questi casi è accorgersi della freddezza del compagno, non contrastarla e soprattutto non lamentarsene: innescheremmo solo una catena di rivendicazioni e litigi.
Al contrario la cosa giusta da fare è assecondare l'andamento irregolare di ogni relazione accettando che possa arrivare una crisi di coppia, vivendola però come una fase di rinnovamento e trasformazione del rapporto.
Il filosofo francese M. E. de Montaigne scriveva: «La nostra vita è composta, come l'armonia del mondo, di cose opposte e anche di toni diversi, dolci e aspri, acuti e bassi, molli e gravi. Il musicista che prediligesse soltanto i primi, che musicista sarebbe? Bisogna che se ne sappia servire nel complesso e amalgamarle...».
I momenti di distacco e freddezza, se vissuti consapevolmente come "una fase" in cui le due anime si svuotano l'una dell'altra, aprono la possibilità di un nuovo incontro ancora più ricco, perché liberato dal peso di abitudini e automatismi, cioè di tutti quegli atteggiamenti che rischiano di trasformare nel tempo la vita di coppia in una routine.
FONTE: http://www.riza.it/psicologia/coppia-e-amore/2032/la-crisi-fa-bene-alla-coppia.html
Quando siamo innamorati e l'anima si accende di passione, spesso commettiamo un tipico errore di valutazione: riteniamo che una crisi di coppia tra di noi sia impossibile, che la fiamma debba rimanere sempre accesa, forte e intensa.
Così, quando la persona che ci sta accanto dimostra improvvisamente una certa freddezza, noi ci ribelliamo tentando ostinatamente di ripristinare al più presto l'atmosfera precedente.
In realtà a volte questa "sopresa", appunto la crisi di coppia è l'indizio di una nostra precedente disattenzione, più che di un cambiamento improvviso del partner: ci sono stati segnali premonitori (frasi, comportamenti) che, semplicemente, non abbiamo colto. Il motivo? Abbiamo iniziato a dare per scontata la relazione, a vederla come un'abitudine. Risultato: abbiamo trascurato le richieste di attenzione del partner, innescando così anche un suo progressivo distacco e l'inizio della crisi di coppia.
Ma in moltissimi altri casi, è invece fisiologico che in una coppia si alternino momenti di grande vicinanza ad altri di maggiore distacco, che viviamo come crisi di coppia. Consideriamo che qualsiasi rapporto è ricco quanto più conosce la varietà, cioè se non vibra sempre sulle stesse note. In alcuni momenti prevale il calore e il coinvolgimento, in altri la freddezza e il distacco e, a volte, si può affacciare anche la crisi. La cosa peggiore sarebbe intervenire in questa preziosa alchimia cercando di imporre a tutti i costi ad un modello "di coppia sempre innamorata".
La crisi di coppia: l'atteggiamento giusto da adottare
Il primo passo da fare in questi casi è accorgersi della freddezza del compagno, non contrastarla e soprattutto non lamentarsene: innescheremmo solo una catena di rivendicazioni e litigi.
Al contrario la cosa giusta da fare è assecondare l'andamento irregolare di ogni relazione accettando che possa arrivare una crisi di coppia, vivendola però come una fase di rinnovamento e trasformazione del rapporto.
Il filosofo francese M. E. de Montaigne scriveva: «La nostra vita è composta, come l'armonia del mondo, di cose opposte e anche di toni diversi, dolci e aspri, acuti e bassi, molli e gravi. Il musicista che prediligesse soltanto i primi, che musicista sarebbe? Bisogna che se ne sappia servire nel complesso e amalgamarle...».
I momenti di distacco e freddezza, se vissuti consapevolmente come "una fase" in cui le due anime si svuotano l'una dell'altra, aprono la possibilità di un nuovo incontro ancora più ricco, perché liberato dal peso di abitudini e automatismi, cioè di tutti quegli atteggiamenti che rischiano di trasformare nel tempo la vita di coppia in una routine.
FONTE: http://www.riza.it/psicologia/coppia-e-amore/2032/la-crisi-fa-bene-alla-coppia.html
sabato 28 dicembre 2013
CAPODANNO: COME SCEGLIERE I BUONI PROPOSITI PER GRANDI E PICCINI!
Sarò più disponibile con la mia famiglia, con gli
amici e con quanti hanno bisogno di una mano. Leggerò più favole ai miei
figli e guarderò meno la televisione. A Capodanno, tutti noi facciamo
piccole promesse per essere migliori.Un’esigenza di novità stimolante
Dietro ai buoni propositi c’è anche l’esigenza di porsi un nuovo traguardo, un obiettivo che spinga a vivere con più gusto e impegno la quotidianità. Ogni uomo e donna, ad ogni età, ha l’esigenza di avere uno scopo da perseguire e raggiungere per dare un senso alle proprie giornate, per alzarsi al mattino con più grinta e per sentirsi gratificati nel momento in cui l’obiettivo è stato raggiunto. Senza questo traguardo da raggiungere, è facile scivolare nella noia, nell’apatia e persino vivere forme depressive che derivano da una leggera demotivazione. E attenzione: il rischio non lo corrono soltanto le persone anziane o pensionate e quindi i nonni con molto tempo a disposizione. Anche una mamma attiva, con lavoro, casa e figli piccoli, pur tra i mille impegni quotidiani può avere l’esigenza di un piccolo spazio mentale solo per se stessa. Il proposito è quindi qualcosa che va al di là delle necessità di ogni giorno, è uno stimolo in più per dare il meglio di se e sentirsi gratificate da questo obiettivo.
Obiettivi semplici e gratificanti
Porsi degli obiettivi, sotto forma di buoni propositi, è sicuramente positivo: a patto di scegliere delle mete che non aggiungano un impegno eccessivo alla fatica quotidiana e che consistano, soprattutto, nel tentativo di migliorare se stessi. Non serve, per esempio, porsi l’obiettivo di andare in palestra almeno tre volte la settimana, o di mettersi a seguire una dieta strettissima per dimagrire. Il troppo impegno, se sommato alle altre necessità di tutti i giorni, finisce per risultare gravoso lasciando spazio alla frustrazione. Meglio, invece, porsi obiettivi che abbiano come miglioramento la propria quotidianità, il proprio modo di essere: essere più indulgenti con se stesse e non pretendere di fare tutto alla perfezione, ma riservare spazio e tempo per stare con il partner o con i bambini. Mangiare meno dolci, va bene, ma non per dimagrire: piuttosto, perché fa bene alla salute. Regalarsi ogni tanto un buon libro e trovare il tempo di leggerlo. Fare un po’ di volontariato: in un reparto pediatrico, in una casa per anziani, in un canile. Decidere per un’adozione a distanza, per un sostegno ai bisognosi che, in questo periodo, sono davvero tanti. Fare del bene, anche solo un’ora la settimana, aiuta a stare bene.
Piccoli impegni anche per i bambini
Anche ai nostri figli possiamo insegnare l’importanza di un piccolo obiettivo da porsi nel quotidiano. Per i piccoli è ancora più importante che per gli adulti, perché li aiuta ad assumersi semplici responsabilità, commisurate alla loro capacità di autogestione. Una volta raggiunto l’obiet
tivo, un bambino si sente gratificato, si sente grande e tutto questo lo aiuta a comportarsi meglio e a ripetere quell’esperienza positiva. Anche in questo caso non si devono scegliere obiettivi troppo distanti da lui e dal suo mondo: partiamo dalla loro quotidianità nella richiesta di un impegno da rispettare per l’anno nuovo. Difficile pretendere, per esempio, che una bimbo di sei anni sappia sistemare il proprio letto da solo, al mattino: mentre è un compito che può essere sicuramente affidato a un ragazzino o a una ragazza di 11-12 anni. Nostro figlio non ha ancora imparato a riordinare i propri giocattoli o vestiti alla sera? Il nuovo anno è sicuramente l’occasione giusta per partire da zero e prendersi questo impegno. E poi ancora ci sono la promessa di non dire più brutte parole, di essere più generosi con i propri oggetti, di limitare le occasioni di scontro con fratelli e compagni di scuola. Ma anche di concentrarsi meno su giochi e indumenti firmati e dedicarsi di più al miglioramento interiore. I più piccoli potranno scrivere su una lavagnetta il loro proposito, i più grandicelli, già pudichi, lo conserveranno dentro di sé. E quando l’avranno realizzato, anche solo in parte, sarà la più grande delle soddisfazioni.
NON MI RESTA CHE AUGURARE A TUTTI: BUON ANNO NUOVO!
Fonte: http://www.guidagenitori.it/la-salute/psicologia/2598-capodanno-tutti-i-buoni-propositi-per-iniziare-il-2013-con-ottimismo/
martedì 24 dicembre 2013
sabato 2 novembre 2013
PARLIAMO DI MECCANISMI DI DIFESA...COSA SONO? QUALI SONO?

Secondo la definizione di P. Cramer i meccanismi di
difesa sono:
“..un
operazione mentale…inconsapevole, la cui funzione è di proteggere l’individuo
dal provare eccessiva ansia. Secondo la psicoanalisi classica, tale ansia si
manifesterebbe nel caso in cui l’individuo diventasse conscio di pensieri,
impulsi o desideri inaccettabili. In una moderna concezione delle difese, una
funzione ulteriore è la protezione del Sé-dell’autostima, e in casi estremi,
dell’integrazione del Sé.”
I meccanismi di difesa servono a ridurre l’ansia e
l’angoscia derivante da conflitti inconsci intollerabili per la coscienza,
influenzando, anzi determinando il comportamento.
I meccanismi di difesa sono:
- reversibili: ossia possono cambiare
- sono modi di gestire conflitti e affettività
- sono inconsci
- sono adattivi e patologici: ossia sono funzionali alla vita psichica, ma utilizzati rigidamente ed in eccesso causano disadattamento e psicopatologia
- reversibili: ossia possono cambiare
- sono modi di gestire conflitti e affettività
- sono inconsci
- sono adattivi e patologici: ossia sono funzionali alla vita psichica, ma utilizzati rigidamente ed in eccesso causano disadattamento e psicopatologia
L’analisi dei meccanismi di difesa può aiutare nella diagnosi
e nel trattamento di molte forme di disagio emotivo: ad es un individuo
con tendenza all’utilizzo della introiezione avrà maggior probabilità di
sviluppare depressione o schizofrenia, mentre coloro che utilizzano
maggiormente lo spostamento incapperanno più facilmente in sintomi fobici e
infine chi applica di più la razionalizzazione, l’intellettualizzazione e
l’isolamento svilupperà solitamente disturbi di tipo ossessivo compulsivo.
I meccanismi di difesa avvengono sempre all’interno di
una relazione (con persone significative o no), quindi sono intersoggettivi
e sono anche sempre comunicativi, perchè implicano una comunicazione
all’altro.
I meccanismi di difesa diventano disadattivi quando
frustrano la capacità di relazionarsi con gli altri e di valutare gli aspetti della realtà, in
presenza quindi di meccanismi di difesa disadattivi c’è una pesante distorsione
della realtà ossia la realtà come percepita dall’individuo non è la realtà da
tutti condivisa.
Le caratteristiche dei meccanismi di difesa disadattivi
sono:
- prevalenza: si presentano spesso nella vita del soggetto
- rigidità: ossia non cambiano anche quando sarebbe
necessario
- il contesto: ossia sono utilizzati indipendentemente dalla
situazione
Qui di seguito classificheremo le difese sulla base della
loro maggiore o minore funzione adattiva:
DIFESE MATURE
-anticipazione: ci si immagina una situazione ansiogena e si pensa ai vari
modi per risolverla (es studente che pensa all’esame), inoltre immaginandosi la
situazione e facendo fantasie su di essa si sperimenta già angoscia, tanto che
questa sarà minore quando il soggetto si troverà nella situazione reale, poiché
un po' di angoscia è stata già vissuta nella fantasia. Questa meccanismo
implica una certa consapevolezza.
-umorismo: si autoironizza sui propri difetti alleggerendoli ridendoci
su
-autoaffermazione: rendendosi conto del disagio che crea una certa situazione,
il soggetto ha il coraggio di comunicarlo a se e agli altri
-autosservazione: data una situazione angosciosa il soggetto osserva e cerca
di far emergere le cause di questa angoscia, non nascondendosi nulla, questa
meccanismo rivela capacità introspettiva
-sublimazione: desideri e pulsioni inconsce non desiderabili vengono
incanalate in maniera accettabile
-altruismo: con questa meccanismo che si manifesta con subordinazione
dei propri interessi a quelli altrui, il soggetto con una certa consapevolezza
cerca di svolgere per altri azioni positive che gratificano i propri specifici
bisogni delusi. In pratica consolando gli atri consola se stesso.
-affiliazione: caratterizzata dalla tendenza a legarsi, a cooperare con
gli altri
-repressione: bandire consciamente pensieri o sentimenti inaccettabili
DIFESE OSSESSIVE
-isolamento dell’affetto: si separa l’affetto dall’ideazione, dal pensiero. Ad es
una persona che subisce un evento traumatico ha la consapevolezza dell’evento
ma relega nell’inconscio il dolore e l’angoscia legato a questa.
-annullamento retroattivo: un azione simbolica viene agita per capovolgere o
cancellare un pensiero o un azione inaccettabile portata a termine
precedentemente
-intellettualizzazione: il soggetto fa discorsi molto intellettuali che sono un
tentativo di nascondere i suo veri desideri e bisogni
DIFESE NEVROTICHE
-rimozione: elimina dalla coscienza desideri, pensieri e fantasie
inaccettabili
-formazione reattiva: consiste nel tenere lontano un desiderio o un impulso
inaccettabile adottando un tratto di carattere di tipo diametrialmente opposto.
Più precisamente questo avviene nei sentimenti quando ad es
si provano sentimenti ostili vs. una persona e questi sentimenti non sono
accettabili, si sostituiscono con sentimenti di segno contrario quindi
gentilezza simpatia ecc… senza pero esserne consapevoli e senza tendenze
manipolatorie.
Ci sono persone che si definiscono “persone “come se” che
forse a causa di un falso Sè o perchè sin da bambini gli hanno inculcato la
necessita di comportarsi sempre nel modo giusto e socialmente accettabile, che
per farsi accettare inconsciamente sono sempre gentili educati e carini con
tutti ma a questo atteggiamento sottende una forte ostilità, un forte senso di
inadeguatezza e la necessita di farsi accettare.
-spostamento: i sentimenti relativi a una data persona vengono
reindirizzati su un'altra o su un altro oggetto, questo è tipico dei soggetto
con fobia dove l’ansia è spostata da un oggetto ad un altro apparentemente
innocuo quali animali ecc..
Ad esempio un conflitto con i genitori viene spostato su un
entità superiore come un professore, la polizia ecc…..
DIFESE NARCISISTICHE
-onnipotenza: il soggetto affronta le situazioni come se possedesse
poteri o capacità speciali e fosse superiore agli altri
-idealizzazione: il soggetto tende ad elevare se stesso o gli altri a
standard idealizzati o eccessivi, esagerando caratteristiche e comportamenti
-svalutazione: il soggetto tende a squalificare e denigrare se stesso o
gli altri
DIFESE DI DINIEGO
-negazione: una realtà spiacevole è negata, come se non esistesse
-proiezione: fantasie inconsce inaccettabili, desideri o sentimenti sono
proiettati su un'altra persona che va a perdere la sua identità ma diventa per
il soggetto espressione di un realtà distorta.
-razionalizzazione: il soggetto razionalizza tutto e cerca di dare a tutto una
spiegazione per evitare di focalizzarsi sul vero motivo dei suoi comportamenti,
cerca di dare una spiegazione e una giustificazione razionale e plausibile per
ridurre l’ansia di un insuccesso; è una specie di “menzogna” inconscia di
solito volta verso la svalorizzazione di elementi esterni
ALTRE DIFESE….
-acting out: il soggetto agisce impulsivamente la pulsione o il
desiderio inconscio
-aggressione passiva: l’aggressività non viene agita concretamente ma
indirettamente, il soggetto prova ostilità verso un'altra persona ma non osa
esprimere tale rabbia per cui lo fa indirettamente in vari modi: rallentando un
processo; facendo qualcosa che contraddice il compito dell’altro; rendendo inutile
e vano il lavoro di un altro; danneggiando se stesso quando il se stesso è
l’oggetto delle cure dell’altro in questo modo svaluta e vanifica il lavoro
dell’altro.
-ipocondriasi: il soggetto si lamenta continuamente dei propri disturbi
fisici come l’ipocondriaco ma non cerca e rifiuta le cure. Questa fantasia
sottende la fantasia di rendere impotente l’altro.
-somatizzazione: sentimenti dolorosi vengono trasferiti nel corpo
-conversione: vi è la rappresentazione simbolica di un conflitto psichico
in termini fisici
Fonte: http://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-psicologia-dintorni/532-meccanismi-difesa
lunedì 28 ottobre 2013
E SE...IL BULLO E' MIO FRATELLO?!
Vi segnalo questo articoletto che può essere spunto di riflessione per tutti i genitori!
Buona lettura!
Dott.ssa Prada Laura
"Non mettetevi in allarme, nessuno sta cercando di gettare un’ombra di terrore sui comuni litigi tra fratelli. Litigare è normale, in famiglia, e lo è soprattutto tra coetanei. E’ un confronto che prepara alla vita e stabilisce anche il carattere di ognuno, quindi i pediatri sono concordi nel non condannarlo. Ma è bene comunque osservarlo, e vedere se per caso, a volte, non vada oltre i limiti e non diventi “bullismo”.
Il bullismo tra fratelli esiste eccome. Lo ha scoperto l’Università di Clemson, in USA. Dopo un’indagine su un campione vario di adolescenti si è visto che il 75% dichiarava di aver subito angherie dai fratelli e ben l’85% si dichiarava “bullo” del proprio fratello. La cosa sconcertante è proprio l’elevato numero di persone che dichiarano questi atteggiamenti senza rimorso alcuno. Il fatto è che le angherie tra fratelli sono considerate normali, e dunque le persone non si sentono in colpa se “esagerano” un po’. In effetti non si muore per un confronto duro con il fratello maggiore, ma se certi atteggiamenti sono continuati e intensificati possono avere un risvolto psicologico importante.
Di solito, i ragazzini che hanno sviluppato problemi psichici dopo il “bullismo” in famiglia non parlano di semplici litigi, di spintoni, di risse o di prese in giro ma di qualcosa di più estremo. Ad esempio, l’esser stati umiliati dal fratello, essere stati sminuiti più volte in pubblico, essere stati ingannati o terrorizzati senza motivo. Si tratta di confini molto sottili, che i genitori e gli educatori devono indagare, ma senza giungere all’opposto estremo (vietare ogni tipo di lite). Osservare il comportamento dei figli in casa e seguirlo fa sì che si imparino a conoscere gli atteggiamenti e anche a capire quando e come “sforano” e diventano pericolosi."
FONTE: http://benessere.guidone.it/2013/10/17/psicologia-se-il-bullo-e-mio-fratello/
Iscriviti a:
Post (Atom)

